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2 Aprile 2005 Da Il Foglio
Sei donne accanto a Terri
di Eugenia Roccella

Una fine burocratica, in omaggio alle “libere” volontà, diventa spossessamento di ciò che siamo. Terri Schiavo è morta di fame e di sete perché lo ha deciso lei. Questa è la sentenza: dicono che lei non avrebbe mai voluto una vita vegetativa, dunque avrebbe preferito morire così, disidratata, e con i poliziotti accanto a impedirle di ricevere un’ultima carezza. Una zia siciliana mi diceva spesso: “Io non svengo, perché non mi fido”. Il temporaneo stato d’incoscienza ti lascia nelle mani degli altri, affidato alla capacità degli altri di rispettare in te la comune qualità umana. Non è un gesto cristiano, e nemmeno un atto di solidarietà verso chi è svantaggiato, ma un senso elementare di fraternità a fondamento dell’umana convivenza, custodito anche dalla morale laica. E’ il patto secondo il quale riconosci e tuteli nell’altro il tuo simile. La diffidenza isolana, di cui un tempo sorridevo, dimostra oggi la sua tremenda saggezza. Se qualcuno è assente e affida ad altri i suoi beni, si ha l’obbligo morale di amministrarli al meglio, ma cosa succede se lascia lì, distrattamente, il suo corpo? Il corpo vivo e inconsapevole non ha più statuto chiaro, né dignità assoluta, è discutibile, oscilla tra diverse convenzioni, come un oggetto abbandonato che non si sa a chi appartenga. Forse davvero non si può più svenire, permettersi un’assenza, un allentamento del controllo mentale. Siamo persone a pieno titolo soltanto se perfettamente in grado di intendere e di volere, come sostiene Sartori, o magari se risolviamo equazioni di secondo grado, come accade nel (non tanto) fantascientifico racconto di Philip Dick. Terri è stata immolata al mito della sovranità razionale sul proprio destino, perseguito secondo una durissima strategia della fermezza. Che la vita abbia valore in sé è qualcosa che va bene per le formiche e i panda, non per gli umani. Gli esseri umani sono tali se possono decidere autonomamente e liberamente, attraverso la parola; altrimenti annegano nell’indistinto, recedono a una condizione indefinita. Terri non ha lasciato testamento biologico, ma forse una volta, di sfuggita, ha fatto una battuta davanti al marito: quella parola “cosciente”, vale più della sua vita incosciente, più del dubbio e della pietà, più dell’eventuale sofferenza fisica, più degli affetti. Non c’è altro criterio, per decidere, se non quello dell’affermazione esplicita, per quanto labile, casuale, aleatoria possa essere.

 Il limite naturale diventa arbitrario.

Inchiodati alla libertà di scelta, vediamo che questa si può subire come una pena, una tragica imposizione. La signorìa dell’individuo su se stesso finisce facilmente per trasformarsi in delega agli esperti, ai giudici, ai politici, facendoci smarrire in un labirinto decisionale di cui abbiamo perso il filo. Se i limiti non sono più naturali, la convenzione li può spostare secondo criteri arbitrari, standard astrattamente stabiliti, che qualcuno deve stabilire per noi. E’ strano come sempre più ogni tentativo di onnipotenza individuale si traduca nei fatti in un ampliamento dello spazio di giurisdizione pubblica, e quindi in un’esposizione dell’individuo all’arbitrio di nuovi poteri. Non più al riparo della zona d’ombra e d’anarchia costituita dal privato affettivo e familiare, permettiamo alla legge di entrare dappertutto, di intrufolarsi nei luoghi più intimi, di decidere, e di farlo a nostro nome. La mediazione della ragionevolezza empirica, la flessibilità dell’adattamento personale, sono bruciati dalla rigidità della regola, che non lascia spazi vuoti. Non ci sono più terre di mezzo, scelte amorosamente complici, tra il detto e il non detto. Ogni morte, ogni dolore è unico, appartiene a una vicenda individuale che non somiglia a nessun’altra, e che finisce a modo suo. La morte, come la vita, ci rispecchia e ci appartiene, ma ha bisogno di un apparato simbolico forte che la destituisca di nonsenso, che la faccia diventare racconto personale. La condanna di Terri schiude un’orizzonte di morte burocratica, giudiziaria, governata da protocolli
e regole applicative standardizzate, in omaggio alle nostre “libere” volontà. L’aspirazione titanica degli individui all’autodeterminazione si rovescia nel proprio contrario, in una resa che ci spossessa di quello che è più intimamente nostro, l’ultimo alito di vita.



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