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1 Giugno 2007 Da Marie Claire
La pillola abortiva avrebbe dovuto rendere l’interruzione di gravidanza sicura, facile e tranquilla. Un testimone pro-choice non l’ha trovata esattamente così.
di Norine Dworkin-McDaniel

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Dal momento in cui fu approvata nel 2000, ho creduto nella pillola abortiva. Pensavo: ce l’abbiamo fatta! L’aborto finalmente sarebbe diventato ciò che avrebbe sempre dovuto essere: una questione medica privata fra una donna e il suo medico. Garantiva la promessa di una interruzione di gravidanza rapida e fra le mura domestiche. Non ci sarebbero più stati i castighi degli obiettori nelle cliniche, perché chi avrebbe più saputo quali erano i medici che distribuivano le pillole? Ancora meglio, la pillola avrebbe reso ancora possibile l’aborto in un’epoca in cui un numero più basso di ginecologi sono disponibili a farlo, nel timore di rappresaglie.
Ciò detto, non immaginavo che mi sarebbe capitato di trovarmi ad usarla. Ero appena stata dal mio dottore per discutere le possibilità di una cura per la fertilità. Io e Stewart stavamo per sposarci, e avevamo in programma di cercare di avere un bambino subito dopo il matrimonio. A 38 anni, ero pienamente consapevole che stava per chiudersi il mio ventaglio di possibilità. Non potevo invece sapere, stesa sul lettino nello studio del ginecologo, mentre riflettevo sulla necessità di congelare i miei ovuli nel caso in futuro vi fossero state difficoltà per il concepimento, che già ero incinta. Era troppo presto per scoprirlo con una visita. Ma quattro settimane più tardi, mentre fissavo le doppie lineette rosa (feci ben tre test per esserne sicura), il fatto era incontrovertibile.
Avrei dovuto essere euforica. Invece ero sconvolta. Non è così che dovevano andare le cose. La mia preoccupazione era anzitutto di stravolgere le convenzioni da classe media, per cui prima doveva esserci il matrimonio e in seguito la famiglia. In quel periodo io e Stewart abitavamo a Las Vegas, paradiso del divertimento dal tramonto all’alba. Per riuscire a lavorare tutto il giorno e poi girare per feste ogni sera, mi tenevo su con un cocktail di caffeina e “polvere da marcia peruviana”. Quando mi misi a scorrere all’indietro il calendario, mi resi conto che ero rimasta incinta nel momento in cui, diciamo, marciavo praticamente tutti i giorni.
Idiota!!! Mi davo addosso, mentre guidavo di ritorno dall’aver comprato il terzo test, sperando che i primi due fossero sbagliati. Ero così impaziente di conoscere il risultato, che in bagno strappai la confezione e feci subito lì la pipì. Non c’era alcun dubbio, ero incinta. Come avevo potuto essere così irresponsabile? Una gravidanza si inizia seguendo una dieta equilibrata, con tutte le sue vitamine prenatali, e non con la cocaina – ma non dovevo consultare un gruppo di esperti per saperlo. Qualsiasi cosa avessi fatto da quel momento in poi, c’era sempre la possibilità che il bambino avesse problemi, fisici o psicologici, chissà. E non volevo tentare la sorte con la vita di un altro. Quindi vedevo solo una possibilità. Diedi le notizie a Stewart in un colpo solo: sono incinta, e dobbiamo abortire. Lui non aveva bisogno di essere convinto. La domanda successiva era COME abortire. C’era l’opzione chirurgica, ovviamente. L’avevo già fatto quando ero al college (quindi avrei dovuto imparare la lezione, in effetti) e il pensiero dell’ago che avrebbe paralizzato la cervice mi terrorizzava. Negli anni che erano passati da allora, era arrivata un’altra opzione: una pillola chiamata Mifepristone (all’inizio RU-486, e ora venduta con il nome commerciale Mifeprex) che poteva innescare quello che i tecnici chiamano un “aborto medico”. Il Mifepristone non va confuso con il Piano B, la “pillola del giorno dopo”, che può impedire la gravidanza se viene assunta entro 72 ore dall’aver avuto rapporti non protetti. Quest’altra (chiamata anche “opzione iniziale” o “pillola abortiva”) viene usata insieme all’ormone sintetico misoprostol per riuscire ad abortire a gravidanza iniziata. Per cominciare, il mifepristone blocca l’azione del progesterone, l’ormone necessario alla gravidanza. Poi il misoprostol svuota l’utero. La letteratura sul Mifeprex descriveva qualche crampo e del sanguinamento, “simile o maggiore di quello che può verificarsi durante mestruazioni normali o intense”. Così questo sembrava ben più attraente dell’aborto chirurgico. Qualche pillola, un paio di crampi, e tutto sarebbe finito. E noi avremmo potuto continuare le nostre vite. Ma come avrei sperimentato, le cose non erano così semplici.
Per le principianti, la pillola abortiva non è sempre facile da avere. In Nevada, dove la costituzione dello stato garantisce il diritto all’aborto, il mio ginecologo si rifiutò di somministrare la pillola non perché anti-abortista, ma perché mi spiegò apologetico che come non praticava aborti chirurgici per il timore di diventare bersaglio dei nemici dell’aborto, così non voleva intervenire con aborti farmacologici. Né mi avrebbe semplicemente fatto una prescrizione per lasciarmelo fare da sola. “In farmacia vedono cosa prescrivo” disse. Ecco qui la discrezione e la disponibilità. Fortunatamente, dopo una ricerca online riuscii a trovare una clinica locale disponibile. La procedura iniziale era semplice. Feci un’ecografia per confermare che la gravidanza non fosse extrauterina (caso in cui non si può usare il Mifeprex). Firmai una liberatoria in cui si diceva che ero consapevole del meccanismo della pillola e di tutti i rischi connessi. Poi buttai giù il Mifeprex e andai a casa. Due giorni dopo era il momento del misoprostol, e questo si poteva fare a casa. Gli operatori della clinica mi avevano detto di inserire le compresse in vagina al mattino, per avere il tempo di riprendermi durante la giornata. Già mi vedevo combattere sul divano con qualche fastidioso ma sopportabile crampo e intrattenermi con la brutta tv pomeridiana. Salutai Stewart. Disse che avrebbe chiamato più tardi. Andai a inserire le compresse.
Al divano non arrivai.
Niente e nessuno, né le informazioni sul farmaco, né il dottore della clinica, neanche il mio stesso ginecologo mi avevano potuto preparare al dolore bruciante, martellante, fortissimo che mi invase il ventre 30 minuti dopo. Non riuscivo neppure a parlare quando Stewart chiamò. Riuscii solo ad annaspare “Torna a casa! Subito!”. Per un’ora e mezzo fui stordita, nauseata, e fra contrazioni terribili che immagino siano simili a quelle del travaglio, feci la spola dal letto al bagno per la diarrea. Poi altrettanto velocemente passò. La notte successiva cominciai a sanguinare, e sanguinai per due settimane. Un’ecografia di controllo confermò l’aborto. E lì iniziarono sul serio i miei problemi.
Ero stata preparata alla possibilità che la pillola non facesse effetto e che avrei comunque dovuto ricorrere a un aborto chirurgico, cosa che accade nel 5/8 per cento dei casi. Sapevo anche che avrei potuto sanguinare così tanto da aver bisogno di un intervento chirurgico per fermarmi – come succede all’1 per cento delle donne. Quello che mi atterrì, a parte la botta del misoprostol, erano le enormi vesciche per presto comparvero sul collo, sulle spalle e sulla schiena. Ero anche sopraffatta dalla fatica – una perdita assoluta della capacità di fare alcunché, se non dormire o star stesa sul divano. La mente era del tutto annebbiata, l’inglese mi sembrava una seconda lingua, e non riuscivo a lavorare. A tutto ciò si aggiunse la depressione: piangevo di continuo. Non volevo uscire di casa. Smisi di lavarmi.
Fu solo dopo che ebbi descritto i sintomi al ginecologo che scoprii come la mia esperienza non fosse così insolita (la letteratura sul Mifeprex non ne faceva nessun accenno). “Credo che non lo si riporti, ma probabilmente una donna su tre ha effetti collaterali drammatici” mi disse. Il mio corpo era travolto da un caos ormonale – ormoni della gravidanza in lotta con gli ormoni contro di essa, in lotta con gli ormoni dello stress. “Ho visto tante donne attraversare una malinconia, che non chiamerei post-parto ma post-evento, che è ben più pesante di quanto le persone vogliano ammettere” continuò. Mi prescrisse degli antidepressivi. “Presto tornerai a sentirti come prima”. Mi ci vollero nove mesi. Non ci tengo affatto a dare ai paladini del fronte anti-aborto altre leve per far fuori il nostro diritto ad aborti scorrevoli, sicuri, legali. E a parte la mia esperienza personale, non so suggerendo di bandire la pillola abortiva (Il Viagra comporta un rischio maggiore di decessi, e nessuno si sta muovendo per toglierlo dal mercato). Ma sono amareggiata, e delusa che non sia la panacea che, come me, milioni di donne pensavano fosse. Non aiuta neppure realizzare che quelli che dispensano mifepristone/misoprostol non conoscono dei farmaci tutto quello che dovrebbero sapere. Infatti alla clinica cui mi sono rivolta, il dottore non seppe dirmi quale fosse l’ormone del farmaco che avevo usato. Tempo dopo, ho saputo che diverse morti erano riconducibili alla pillola abortiva. In un caso, era stata somministrata a una donna che non avrebbe mai dovuto averla – aveva in corso una gravidanza extrauterina non diagnosticata e morì dell’emorragia che fu provocata. Ma altre cinque donne svilupparono infezioni misteriose e letali. Nel leggere tutto questo, mi si rivoltava lo stomaco. Avevo usato le pillole proprio come loro. E non potevo non chiedermi: rischiando di morire ? Il produttore del farmaco e la FDA hanno sottolineato che non è stata stabilita una “relazione causale” fra le pillole e le infezioni che avevano ucciso quelle donne. E dato che il batterio raro, il Clostidrium Sordellii responsabile delle loro morti, ha ucciso un bel po’ di altre persone – incluso un uomo durante un intervento chirurgico - sembra plausibile che la causa vada oltre le pillole. La cosa spaventosa è che nessuno lo sa. È possibile che l’insieme della gravidanza e della pillola abortiva deprimano la funzione immunitaria a un punto tale da aggredire alcune donne più vulnerabili all’infezione. Qualcuno ha anche avanzato l’ipotesi che l’inserimento del misoprostol nella vagina possa aumentare il rischio di infezione (Sebbene la FDA l’abbia approvato per uso orale, molti medici dicono alle donne di usarlo in vagina perché gli studi mostrano che il processo funziona altrettanto bene ma con meno effetti collaterali.) Ma ginecologi come Anne Davis, M.D., M.P.H., professore assistente di ostetricia e ginecologia al Columbia Presbyterian Medical Center di New York, ridicolizzano quella teoria. “Sono letteralmente centinaia di migliaia le donne che l’hanno usato in quel modo. Sembra difficile da sostenere che una donna specifica nel mettere le dita nella vagina si sia passata un’infezione. Per il momento, davvero non sappiamo se l’aborto medico comporti rischi maggiori per le infezioni di un aborto chirurgico, o un aborto spontaneo, o un parto. Tuttavia, per non sbagliate, Planned Parenthood adesso raccomanda alle donne di prendere il misoprostol per via orale. In più, Mifeprex adesso ha un avvertimento ben evidenziato sul possibile rischio di sanguinamento eccessivo e di infezioni serie, anche fatali. E poiché l’infezione da C. Sordellii imita il processo dell’aborto medico, l’FDA nel luglio del 2005 ha anche pubblicato una comunicazione generale che raccomanda le donne e i medici di verificare gli stati prolungati di nausea, vomito, diarrea, debolezza, dolori addominali (pur in assenza di febbre) nei giorni successivi all’assunzione di misoprostol (in Gran Bretagna, i dottori possono controllare loro stessi: le donne restano in ospedale dopo aver preso le pillole). Di sicuro questi sono tutti passi importanti nella direzione della salvaguardia della salute femminile. Ma sapete cos’altro sarebbe utile? Che i dottori e il personale medico cercassero di sconfiggere l’idea sballata che molte donne hanno, che l’”opzione precoce” sia un’opzione facile. In tutta onestà, la mia esperienza post-aborto è stata più dura delle altre, secondo diversi ginecologi. È assolutamente possibile che gli shock che ho patito siano stati amplificati dal dolore come dal senso di colpa per essermi procurata l’aborto. Ma è stata la pillola abortiva che ha ingigantito il dolore e la colpa per aver interrotto la gravidanza o sono stati il dolore e la colpa che hanno reso più dolorosa la mia reazione alla pillola abortiva ? Non c’è davvero modo di saperlo. Fino ad ora, circa 650,000 donne negli Usa hanno utilizzato la pillola abortiva, e sono sicura che molte altre ancora lo faranno, dal momento che la letteratura medica è ricca di resoconti di clienti soddisfatte. Tuttavia, le domande sul ruolo (se ne ha uno) che la pillola abortiva ha svolto in quelle infezioni mortali ribadisce l’importanza del mantenere possibile l’aborto chirurgico. Una ginecologa con cui ho parlato qualche tempo fa mi ha confidato che lei sceglierebbe senza dubbi l’opzione chirurgica rispetto a una medica, perché anche senza lo spettro dello shock batterico, la pillola abortiva può essere, con parole sue, “un vero ordigno”. “Avremmo potuto dirle che non sarebbe stato facile” un medico della clinica ha commentato, dopo ceh gli avevo elencato le mie lamentele nel corso di una visita di controllo.
Ma perché non me l’ha detto prima ?



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