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27 Febbraio 2008 Da Il Foglio
Nadine, Holly e le altre. Morire di RU486
di A. Morresi, E. Roccella

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La prima vittima ufficiale dell'aborto chimico si chiamava Nadine Walkowiak. Muore in Francia l'8 aprile 1991, a trenta anni, per uno shock cardiovascolare poco dopo l'iniezione di sulprostone, la prostaglandina che allora veniva associata alla Ru486. La Roussel Uclaf, l'azienda che produceva la pillola abortiva, dichiarò che il sulprostone aveva già provocato per conto suo la morte di tre donne. L'azienda si limitò quindi a cambiare le indicazioni per la prostaglandina, suggerendone una diversa. Per dieci anni non si ha notizia di nessun'altra morte da aborto chimico.

Durante questo tempo la Ru486 viene registrata, sempre con la procedura di mutuo riconoscimento (quindi senza un riesame della documentazione scientifica da parte degli enti nazionali di controllo dei farmaci), in molti paesi europei, ma non negli Stati Uniti. Quando Bili Clinton diventa presidente, ne chiede la commercializzazione in America, ma ottiene un secco rifiuto. Il carteggio tra il presidente dell'azienda francese, Edouard Sakiz, e l'Amministrazione americana è un documento incredibile, che sì può consultare in rete, dopo che è stato reso pubblico grazie a una causa intentata agli Archivi Clinton da un'associazione privata. Nelle lettere, Clinton insiste e Sakiz pone una condizione capestro: registrerà il suo prodotto negli Usa solo se sarà messo al riparo dalle cause legali e da eventuali richieste di indennizzi. La cosa è impossibile, ma Clinton continua a fare pressioni, finché Sakiz, stremato, regala al Population Council il brevetto della Ru4S6: in questo modo la pillola entra negli Usa, ma l'azienda francese non ne è responsabile di fronte alla legge. Sakiz aveva visto giusto. L'America è un mercato rischioso, dove i consumatori sono forti e la stampa è troppo indipendente: puntualmente, dagli Stati Uniti cominciano a filtrare notizie tragiche di morti, e sarà il New York Times, quotidiano notoriamente pro choice, a condurre la campagna contro la "kill pill". Il 12 settembre 2001 muore Brenda Vise, a Chattanooga, nel Tennessee.

Ha trentotto anni, lavora come rappresentante di medicinali, non è sposata. Si reca nella Volunteer women's clinic a Knoxville il 7 settembre: ripete il test di gravidanza, e le fanno un'ecografia. Le viene detto che il feto non si distingue, perché "è troppo piccolo per essere visto", a circa sei settimane di gravidanza. Le propongono l'aborto chimico e le somministrano la Ru486 dicendole che gli effetti collaterali sono leggeri e durano poco. Le prescrivono il misoprostol da assumere a casa, e prendono un appuntamento dopo quindici giorni, per verificare che l'aborto sia avvenuto. Nessuno la informa che il Cytotec (nome commerciale del misoprostol) non è mai stato approvato per le interruzioni della gravidanza dalla Food and Drug Administration. Inoltre la Searle, la casa che lo produce, ha ufficialmente dichiarato che il suo uso "off label" (cioè fuori dalle indicazioni previste) può avere come risultato sulle donne seri effetti collaterali, inclusa la morte, e ne ha diffidato dall'uso per indurre aborti. Tornata a casa, Brenda inizia ad avere problemi, e chiama più volte in clinica, ma le rispondono che ì suoi sìntomi sono "normali e di routine". Dopo 48 ore prende comunque il Cytotec, ma le sue condizioni peggiorano sempre più. I medici vengono informati che Brenda ha una temperatura al di sotto del normale, è pallida, ha forti dolori pelvici; le rispondono di non preoccuparsi perché questi sono sintomi abituali. Il 10 settembre Brenda viene ricoverata a Chattanooga, in un altro ospedale, dove le diagnosticano una infezione massiva per rottura delle tube, dovuta ad una gravidanza extrauterina non individuata. Dopo due giorni Brenda entra in coma e muore. La sua agonia in tutto è durate cinque giorni, I familiari hanno chiesto quindici milioni dì dollari di risarcimento danni. La Ru486 non risolve questo tipo di gravidanze, ma soprattutto confonde e maschera i sintomi, rendendo difficile la diagnosi. In linea di principio l'ecografia dovrebbe essere sufficiente, ma casi come questo dimostrano che può non esserlo. Comunque negli Usa il protocollo approvato dalla Fda non richiede l'ecografia.

Nell'agosto del 2001 muore in Canada, allo Sherbrooke University Hospital in Quebec, una giovane donna di 26 anni. Aveva abortito chimicamente proprio durante la sperimentazione che avrebbe dovuto introdurre la Ru486 nel paese, ma sette giorni dopo la prima pasticca era tornata in ospedale con forti dolori addominali, vomito, perdite vaginali. Nonostante un trattamento massiccio di antibiotici e un'asportazione d'urgenza dell'utero, la donna muore dopo tre giorni dal ricovero. Dall'esame del tessuto uterino la causa delle morte risulta essere uno shock tossico dovuto ad una rara infezione da Clostridium sordellii. La sperimentazione viene bloccata e tuttora in Canada non si può abortire con la Ru486. Rebecca Tell Berg muore il 3 giugno 2003, a Uddevalla, in Svezia. Ha sedici anni. Incinta di sette settimane, assume in ospedale il mifepristone, e due giorni dopo vi torna per la prostaglandina. La prende alle 8.25, di mattina, si sente subito male, è stanca, dorme fino alle tre del pomeriggio, quando inizia a perdere sangue e riceve un antidolorifico. Alle 16.30 viene rimandata a casa, dopo una massiccia espulsione di "materiale", con un appuntamento per il mese successivo, per la verifica conclusiva. Sei giorni dopo, il mattino del 3 giugno, Rebecca si sente a pezzi. Solitamente vive con la madre, ma quel giorno è a casa del suo ragazzo, Niklas, che le suggerisce di andare in ospedale. Rebecca non vuole: le hanno detto che le perdite dureranno almeno due settimane. Allora Niklas le prepara la colazione, ed esce. Quando torna, nel pomeriggio, trova la colazione intatta, e Rebecca morta, nella doccia. La madre Catharina riceverà a casa la visita di un poliziotto e del vicario, che vengono a dirle che sua figlia è morta. Il coroner stabilirà che Rebecca è morta dissanguata, ma conferma anche la correttezza delle procedure mediche seguite. Catharina Tell è disperata e non può accettare la conclusione: "Aveva solo sedici anni. Rebecca non voleva avere un aborto chimico, ma il dottore le ha detto che era molto meglio rispetto a quello con aspirazione".

La notizia approderà sulla stampa solo nel marzo 2004. Ma forse non avremmo mai saputo di questa morte, se nello stesso anno non ci fosse stata quella di Holly Patterson. Nell'agosto del 2003 la diciassettenne Holly Patterson scopre di essere incinta. Vive in un sobborgo di San Francisco insieme a suo padre, separato. Holly è una ragazza molto bella, bionda, con gli occhi azzurri e un sorriso luminoso; è piena di vita, innamorata del suo ragazzo, Ehsan, Holly decide subito di non volere quel bambino, ma non lo dice a nessuno, tranne che a Ehsan. Il 29 Agosto Holly compie diciotto anni, e il 10 settembre va in una clinica della Planned parenthood, dove prende il mifepristone. Le consegnano le due dosi di misoprostol da inserire vaginalmente ventiquattro ore dopo, a casa, e un analgesico a base di codeina. "Ci dissero che le probabilità di morte erano una su un milione", ricorda Ehsan. Tre giorni dopo Holly chiama in clinica, lamentando forti crampi: le prescrivono analgesici. Il giorno dopo il padre la trova a piangere sul pavimento del bagno. Ha pesanti perdite di sangue e non riesce a camminare, ma, sottovalutando la gravita del proprio stato, racconta al padre che sono mestruazioni dolorose. Richiama la Planned Parenthood, che le da appuntamento per l'indomani, però le consiglia di recarsi direttamente in ospedale se i dolori persistono. Il 14 Holly si reca al Valley Care Medical Center a Pleasanton. La visita un medico a cui dice di aver abortito, e il dottore la rimanda a casa con altri analgesici. Le condizioni di Holly peggiorano sempre più, finché, all'una del mattino del 17 settembre, lei stessa richiama la Planned Parenthood per chiedere se è possibile prendere altri analgesici, visto che aveva vomitato l'ultima dose. Le rispondono di andare all'appuntamento già prenotato nel pomeriggio. Holly sta molto male: ha nausea, vomito, non si regge in piedi. Alle quattro di mattina Ehsan la porta in ospedale, al reparto d'emergenza. Holly viene subito ricoverata in terapia intensiva. E' in stato di shock settico. La sua famiglia viene mandata a chiamare, e per la prima volta i Patterson vengono a sapere della gravidanza e dell'aborto della figlia. Holly muore venti minuti prima dell'appuntamento stabilito alla Planned Parenthood, mentre sua madre Debbie è ancora in aeroporto, appena scesa dall'aereo preso in fretta e furia. Le autorità sanitarie stabiliranno che Holly è morta dì shock settico per infezione da Clostridium Sordellii. Il padre non si rassegna, e ingaggia una lotta eroica e solitaria contro la pillola che ha ucciso la figlia: è soltanto grazie alle denunce e all'ostinazione di Monry Patterson che la stampa comincia a occuparsi delle morti da Ru486.

Il 23 dicembre dello stesso anno, Hoa Thuy Iran prende alla Planned Parenthood di Costa Mesa in California, la prima pasticca per abortire chimicamente. Dopo l'assunzione a domicilio del misoprostol, ha forti dolori addominali e vomito. Il mattino del 29 dicembre non risponde più agli stimoli e quando arrivano i medici non presenta più attività cardiaca o respiratoria spontanea. Trasportata d'urgenza in ospedale, si tenta inutilmente di rianimarla per quaranta minuti. Si trova a Las Vegas, e il coroner locale non dispone l'autopsia perché "non c'è alcuna indicazione di illeciti". La morte viene classificate come un arresto cardiaco con una eziologia acuta "indeterminata". Ma il marito della donna, Charlie Nguyen, fa eseguire privatamente un'autopsia. La disposi finale sarà ancora una volta quella di shock settico dorato a un'infezione da Clostridium sordellii.

Il 14 gennaio 2004 muore Chanelle Bryant, a Pasadena, ancora in California. Ha ventidue anni, e cinque giorni dopo aver ricevuto il mifepristone, seguito dal misoprostol per via vaginale somministrato da sola, si è presentata al pronto soccorso con nausea, vomito, diarrea e forti dolori addominali, ma senza febbre. Il giorno seguente le sue condizioni peggiorano rapidamente, e si dà inizio a una terapia antibiotica, oltre ad effettuare una laparotomia che mostra un edema generalizzato e la presenza di un litro di liquido peritoneale. A quasi ventiquattro ore dal ricovero, la giovane muore per arresto cardiaco.

Il 18 gennaio del 2004 sul Sunday Telegraph si legge che, replicando a un'interrogazione parlamentare da parte di Jim Dobbin, presidente del gruppo parlamentare muitipartitico pro life, il ministro della Sanità inglese, Melanie Johnson, ha rivelato che dal 1991 sono state segnalate due "sospette reazioni fatali in associazione con l'uso del Mifegyne (la Ru488)". Non viene riferito nessun altro dettaglio sulle donne.

Il 14 giugno 2005 muore Orlane Shevin, giovane avvocatessa francese sposata a un americano e figlia di Didier Sicard, presidente del Comitato nazionale dì bioetica francese. Ha trentaquattro anni e due bambini di tre e quattro anni, e vive a Sherman Oaks, sempre in California. Ha preso il mifepristone il 9 giugno all'Eve Surgical Center, a Los Angeles, e il misoprostol il giorno dopo, sempre per via vaginale. A tre giorni dall'assunzione della seconda pillola viene portata in ospedale con la solita sintomatologia: nausea, vomito e dolori addominali. Non ha febbre. La situazione peggiora velocemente, finché, dodici ore dopo il ricovero, muore. Nel gennaio 2006, nel corso dell'inchiesta condotta da una commissione del Senato australiano sulla normativa che vieta l'importazione della Ru486, viene comunicato che nello stesso mese l'autorità sanitaria inglese ha ammesso una terza morte britannica. Non ci sono altri dettagli, e la notizia non è ripresa dalla stampa.

A tutt'oggi non si sa se delle tre donne morte in Inghilterra di cui si è avuta notizia, fa parte anche quella cittadina britannica la cui morte è stata segnalata fra gli eventi avversi raccolti dalla Fda statunitense: "L'interruzione è andata bene e la paziente stava bene. La sera la paziente si è lamentata di un dolore alla gamba, del mal di testa e del cuore in affanno. Ha avuto un collasso ed è stata ricoverata in ospedale. La paziente è morta più tardi, la notte del sabato o la domenica mattina. L'autopsia ha rivelato un litro di sangue nello stomaco della paziente e due ulcere gastriche. Il coroner ha preso in considerazione i farmaci utilizzati per l'interruzione della gravidanza, che potrebbero aver causato un problema cardiaco ed eventi trombotici".

Sempre con grande fatica, abbiamo trovato su riviste scientifiche specializzate segnalazioni di altre morti a seguito di un aborto chimico, mai approdate sulla stampa internazionale: tre donne americane, ancora per shock settico da Clostridium (due di tipo Perfringes e una per il Sordellii) e una a Taiwan, per una causa rilevata per la prima volta: "porpora trombotica". La più misteriosa è però quella di una donna cubana, morta per infezione da Clostridium dopo aver abortito con uno solo dei due farmaci utilizzati per l'aborto chimico, il misoprostol. Del caso hanno parlato alcuni medici cubani durante il congresso Fiapac (Federazione internazionale degli operatori di aborto e contraccezione) tenutosi nell'ottobre 2006, a Roma: il dottor Renzo Puccetti, che partecipava ai lavori, lo ha riferito ai media. La Exelgyn, la ditta che produce la Ru486, era il Golden Sponsor del congresso, presieduto da Mirella Parachini, ginecologa radicale e probabile futura candidata alle prossime elezioni nelle liste del Partito democratico; all'apertura l'on. Maura Cossutta e il ministro Emma Bonino portarono i loro saluti ai partecipanti. Al termine dei lavori è stato diramato un comunicato ufficiale firmato da Mirella Parachini, Giovanna Scassellati, Silvio Viale e Maurizio Orlandella in cui si precisava: "Durante il convegno è stata ribadita la sicurezza dei metodi medici e chirurgici per l'aborto, nonché l'impegno per la diffusione dei sistemi contraccettivi. Per quanto riguarda l'aborto medico, si sono confrontate le varie tecniche utilizzate nel mondo e, pur nella diversità delle realtà sanitarie, si è proseguito nello sforzo di individuare protocolli più siculi ed efficaci. Particolare attenzione è stata data alla questione dei decessi registrati in Nord America (4 in California ed 1 in Canada) per il Clostridium Sordellii, che molto risalto hanno avuto sui media.

Tali decessi rimangono non spiegati, non sono collegabili direttamente alla Ru486 e non hanno riscontro negli altri paesi, tra i quali la Cina, che da anni utilizzano la Ru486", Nessuno tra gli organizzatori ha mai reso pubblica la notizia della morte della donna cubana.



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