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| 22 Gennaio 2009 |
Da Il Foglio |
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| La ricca famiglia di don Verzé 2. |
| di M.Crippa, N.Tiliacos |
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 La santa ricerca di don Luigi “Noi ci ribelliamo alla morte”. Come e perché nasce il mito dell’eccellenza biomedica del San Raffaele
C’è un passaggio davvero illuminante, nella biografia-intervista del fondatore del San Raffaele, che meglio di tanti altri particolari racconta il personaggio. Verso la fine di “Pelle per pelle” (Mondadori), si parla dell’entusiasmo di don Luigi Verzé per un progetto di “sanità digitale” che all’epoca (2004) il San Raffaele stava sviluppando in collaborazione con il Mit di Boston: “Al paziente verrà fornito un microchip sottocutaneo e l’ospedale, attraverso un collegamento telematico continuo, sarà in grado di intervenire in ogni momento”. Un progetto di cui “don Luigi è particolarmente orgoglioso, anche perché è un altro passo avanti verso una frontiera mai esplorata ma sempre intimamente cullata: quella dell’immortalità”.
La ricerca dell’immortalità, “sempre intimamente cullata”: non siamo in un romanzo di fantascienza della serie Urania ma nella singolare declinazione di cura e perpetua guarigione che don Luigi Verzé non nasconde di voler perseguire. L’anello che congiunge il lavoro medico alla ricerca, l’altra grande ragione sociale del San Raffaele. La traduzione nella carne, per via di scienza biomedica e magari di microchip, della vittoria sulla morte che il cristianesimo annuncia per opera del Redentore: perché “è tempo che noi cristiani trasfiguriamo la cultura del terrore, della nemesi, della condanna, del castigo per il peccato”. Una via quantomeno singolare, sulla quale è difficile incontrare i santi cristiani dei malati. Tant’è vero che quando don Luigi incrociò la strada di Madre Teresa di Calcutta, non se ne fece un gran concetto: “Lei è una santa, ma non posso condividere la sua filosofia. Madre Teresa assiste la gente che muore, noi al San Raffaele ci ribelliamo alla morte”.
Una via, però, sulla quale si possono fare bruttissimi incontri. Capita così che il Sesto programma quadro della ricerca europea, nel 2005, abbia visto equamente finanziati e affiancati, nell’incarico di approfondire la tematica dell’“Enhance” (spiegazione: “Migliorare le capacità umane: etica, regolazione e politica europea della specie”) il singeriano Julian Savulescu, il leader transumanista Nick Bostrom e il filosofo Massimo Reichlin, uno dei fedelissimi di don Verzé, in rappresentanza del San Raffaele. “Enhance”, spiega il sito dell’Ue, è un progetto dedicato alla capacità delle nuove tecnologie “di essere usate oltre la terapia, cioè nel miglioramento delle capacità umane nel corpo e nella mente. In pratica, si possono vedere biotecnologie con tale potenziale essere applicate per permettere alle persone di pensare meglio, di sentirsi più felici o anche di migliorare le proprie abilità fisiche nello sport o di estendere la durata della vita”. E così, l’Università Vita-Salute San Raffaele si è trovata a lavorare con l’Uehiro Center for Pratical Ethics dell’Università di Oxford, diretto dal professor Savulescu. Bioeticista autore di pubblicazioni scientifiche come, per esempio, “Beneficenza procreativa: perché dovremmo selezionare il bambino migliore”.
Guarigione perpetua, miglioramento, immortalità: se Savulescu e i transumanisti perseguono apertamente un progetto di “ri-creazione” dell’uomo, la cosa sembra accordarsi, in un certo senso (un senso parecchio inquietante) con il grande sogno di don Verzé. E dà ragione a chi vede, nella sua grande opera, l’attitudine a farsi dettare le regole dalle ragioni dello scientismo, da un umanesimo postmoderno che non accetta l’uomo per quello che è ma vuole, appunto “potenziarlo”. Dice lo statistico Roberto Volpi – occhio critico del mondo della sanità e autore del saggio “L’amara medicina. Come la sanità italiana ha sbagliato strada” – che “per conoscere il San Raffaele e lo spirito dell’impresa legata a questo nome io renderei obbligatoria una visita al sito della Fondazione. Molto bello, funzionale, organizzato”. Peccato che in tutto il sito “non si trovi traccia della sofferenza neppure in misura omeopatica, così che non sembra neppure di viaggiare all’interno di una istituzione che pur sempre cura gli ammalati, combatte le malattie, fa ricerca sulle malattie, insegna come sconfiggerle. Tutto si presenta in una luce di conquista e di gioia, tutto tende a dirci che si è già al di là dell’oggi, oltre gli angusti confini di quel che è al momento possibile, protesi vittoriosamente su un domani radioso di traguardi e conquiste. E proprio il San Raffaele, del resto, all’avanguardia nelle terapie geniche, nella ricerca sulle cellule staminali, nelle malattie neurovegetative e in quelle dovute a immunodeficienza, si presenta come una delle frontiere più avanzate sulla strada della medicina predittiva”. Perché, prosegue Volpi, “se l’uomo non è fatto per la morte, e dunque l’uomo va guarito, il San Raffaele punta, ben al di là delle parole del suo inventore che mischia con perfetta disinvoltura manageriale Vangelo e medicina, a diagnosticare ‘prima’, a intervenire ‘prima’: prima dei sintomi, prima che succeda alcunché”. Volpi sostiene che don Verzé “dipinge un mondo falso, poco da farci, con al centro neppure la medicina, ma la ricerca. La ricerca scientifica, segnatamente quella biologica, intesa come bene assoluto e ineguagliabile, come l’espressione più alta e nobile della libertà, come ‘via sacra’ alla conoscenza, il tutto senza neppure il beneficio del dubbio e senza tenere in alcun conto il carattere inevitabilmente opportunistico della ricerca che, per avere bisogno di continui finanziamenti, in realtà ‘va dove la porta il cuore’. Avesse seguito davvero il percorso di tante malattie inventate o giù di lì dalla ricerca, don Verzé avrebbe forse maturato qualche idea un po’ meno conformistica”. E poi, conclude Roberto Volpi, “che dire di affermazioni del tipo: ‘L’odierna imitazione di Cristo si attua nell’ospedale’? E in quale ospedale, di grazia, il suo piastrellato di vetro e acciaio o quello col piancito in terra battuta di Madre Teresa di Calcutta? Un apostolo della sanitarizzazione della vita, il nostro. O, meglio ancora, un formidabile imprenditore che su un geniale – bisogna riconoscerlo – impasto medicina-religione ha costruito impero e fortuna. Tanto di cappello. Ma la sua filosofia medico-sanitaria resta, per me, la quintessenza di certa banalità medio-borghese (medio, non piccolo). Per questo, io credo, ha avuto un effetto tanto travolgente in quel di Milano”.
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Eppure, se si chiede in giro, l’eccellenza scientifico-clinica del San Raffaele è riconosciuta come dato assodato, un mantra ripetuto anche dagli antipatizzanti: è il lasciapassare ideale e concreto di don Verzé. Fin dall’inizio, il suo modello è churchilliano: “Mi accontenterò facilmente del meglio”. E, fin dall’inizio, il binario della ricerca del San Raffaele punta sulle nuove frontiere della genetica. A garanzia c’è il nome di Edoardo Boncinelli, fisico di formazione e genetista di vaglia, che ora ha da tempo abbandonato i laboratori, prevalentemente impegnato in un’indefessa attività di divulgazione con impostazione bioetica postmodernista (o piuttosto veteropositivista). Il San Raffaele si dimostra comunque capace di produrre ogni anno decine di studi di tutto rispetto, pubblicati dalle più importanti riviste internazionali. All’inizio, i cacciatori di teste del Dibit (Dipartimento di Bio Tecnologie del San Raffaele, il più grande centro privato italiano di ricerca biomedica) sono Jacopo Meldolesi e Antonio Siccardi. Due genetisti che, nel 1993, con l’idea di una campagna acquisti da Milan d’altri tempi, si sentono dire da don Luigi: “Prendete i migliori”. Poi, della guida del Dibit e del reclutamento di nuovi nomi è stato incaricato l’ematologo Claudio Bordignon, esperienza americana e convinto sostenitore della strada della terapia genica. Chiamerà al Dibit molti studiosi affini per interessi e studi, ma anche personaggi come Attilio Maseri, cardiologo della regina Elisabetta e di Papa Giovanni Paolo II, oltre che componente del comitato editoriale del New England journal of medicine. Dal 2005, Bordignon è anche, con Salvatore Settis, uno dei due membri italiani dell’European Research Council, l’influente organismo dell’Unione europea per lo sviluppo della ricerca. E se da un paio di anni non è più direttore scientifico del San Raffaele (lo sostituisce Maria Grazia Roncarolo), Bordignon rimane sempre legato alla casa madre in quanto fondatore e presidente della Molmed, compagnia biotecnologica privata, quotata in Borsa, nata da una costola della creatura di don Verzé e incaricata di tradurre in business le acquisizioni scientifiche dell’Istituto.
Terapia genica del diabete e di altre malattie croniche, studio e applicazioni terapeutiche delle cellule staminali somatiche, medicina molecolare e sviluppo della cosiddetta “medicina predittiva” attraverso lo studio del genoma, studio dei tumori e delle terapie oncologiche a partire dall’immunostimolazione (l’idea che alcuni tipi di tumore possano essere distrutti facendoli riconoscere, mettendo un “segnale” sulle cellule, dal sistema immunitario del malato, opportunamente allertato e attrezzato). Sono questi, oggi, i campi di punta nell’attività di ricerca e di applicazione clinica del San Raffaele, che in questi settori rivendica una posizione tra i leader mondiali.
Le radici del successo affondano negli anni Ottanta, all’epoca in cui anche in Italia si andò formalizzando la rete nazionale di istituzioni mediche private in cui ricerca e attività clinica dovevano marciare di pari passo (criterio che le avrebbe rese idonee alle sovvenzioni statali). Il San Raffaele è già attrezzato a cogliere l’occasione: dall’esordio della sua avventura, era il modello inseguito dal rabdomantico don Verzé. Risaliva già al 1972 l’accordo con la facoltà di Medicina dell’Università Statale di Milano, mentre il ministero della Sanità (non ancora della Salute) conferiva nello stesso anno all’Ospedale la qualifica di Irccs (Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico). Cresce negli anni la sua fama come centro di ricerca clinica specializzato nel diabete e nelle malattie metaboliche, e vent’anni dopo nasce il Dibit: migliaia di metri quadrati di laboratori, più di cinquecento tra ricercatori, tecnici, amministrativi, borsisti, specializzandi e studenti di dottorato. Tra i fiori all’occhiello della più recente ricerca del San Raffaele, la strategia di cura dell’Ada-Scid, elaborata dal gruppo di ricerca guidato da Maria Grazia Roncarolo e Alessandro Aiuti. Grave e rara forma di immunodeficienza ereditaria, provocata dalla carenza di un enzima, l’Ada-Scid rende potenzialmente letali, per i bambini che ne sono affetti, le infezioni più banali. Al San Raffaele la curano con un’infusione di cellule staminali del midollo osseo, “corrette” con la terapia genica. Oggi sono nove i bambini che si considerano del tutto guariti, e la tecnica sta facendo il giro del mondo.
Tra le tante star del San Raffaele c’è stato anche il biologo Angelo Vescovi: dal 2007 se ne è andato, anche se il suo nome compare ancora sul sito del Dibit. Grande esperto di staminali adulte, attualmente docente di biologia cellulare all’Università Milano Bicocca, dopo essere stato, con Giulio Cossu, condirettore dell’Istituto per la ricerca sulle staminali del San Raffaele, Vescovi fu arruolato da don Verzé nel febbraio del 2001, grazie ai promettenti studi svolti in Canada e alle pubblicazioni di rilevanza mondiale. Al Foglio, Vescovi racconta che all’epoca aveva “molti progetti e due grossi finanziamenti europei, ma nessun laboratorio pronto ad accogliermi in Italia. Il San Raffaele mi si offrì come l’occasione giusta, ma ben presto mi resi conto che gli spazi di cui avevo bisogno tardavano ad arrivare, così come i finanziamenti per l’avvio dei laboratori che mi erano stati promessi”. Lui tiene duro, e ancora si chiede perché la faccenda sia finita, in fondo, male. E perché, dopo essere stato ingaggiato, lo si è tenuto a bagnomaria per tanto tempo, senza spazi e senza strumentazioni, al punto da costringerlo, in capo a qualche anno, a migrare verso la Bicocca. Di sicuro, dice il ricercatore, le differenze di opinione con l’allora direttore scientifico giocarono un ruolo importante nella vicenda. Poi arriva il referendum sulla legge 40. Vescovi diventa voce autorevole ma dissonante – e quindi pecora nera – in una comunità scientifica quasi completamente omologata sulla posizione “nessun limite alla ricerca sugli embrioni”. Una posizione abbracciata anche da molti esponenti del San Raffaele: da Giulio Cossu (che però su Kos, la rivista del San Raffaele, scrive oggi più mitemente che le ricerche del giapponese Shinya Yamanaka sul ringiovanimento delle staminali adulte eliminano “la necessità di passare attraverso l’utilizzo degli embrioni”) al solito professor Boncinelli. Per non parlare dello stesso Verzé, che si arrampica arditamente sugli specchi (“ricerca sugli embrioni sì, ma senza danneggiarli o ucciderli”). Forse per non dispiacere al tribunale dell’inquisizione scientista, allocato anche dalle sue parti, azzarda addirittura la possibilità per i cattolici di votare sì, per poi smentirsi a ridosso del referendum.
Era l’epoca in cui Vescovi si sentiva richiamare dalla direzione scientifica perché “non era consono al tono del San Raffaele andare ospite in televisione” a spiegare che le staminali embrionali non erano la via, che esistevano alternative, puntualmente dimostrate nei tre anni a seguire: “E io allora risposi che ci sarei andato indossando esclusivamente la mia nuova divisa dell’Università Bicocca. Da allora le ristrettezze di spazi peggiorarono invece di migliorare, e i miei programmi subirono ulteriori ritardi: avevo fino a ventidue persone che si davano i turni attorno a due cappe di laboratorio. Fino all’incidente che mi mandò in fumo anni di lavoro”. Un contenitore dell’azoto liquido, dove erano raccolte tutte le cellule e reagenti più importanti, “doveva attivare automaticamente due numeri di telefono, se fosse scattato l’allarme termico. Non accadde: i numeri risultarono cancellati dal compositore automatico e gli allarmi sonori e luminosi disattivati. La tanica dell’azoto si svuotò, il lavoro venne perso. Un danno incalcolabile. Mi fu detto che c’era stato un problema di carattere tecnico, cosa a cui ho ribattuto più volte, definendola assolutamente impossibile”.
Eppure, anche Angelo Vescovi, nonostante la faticosa esperienza, dice che quello “è uno dei posti in Italia dove si respira un’aria davvero internazionale”. E salva senz’altro don Verzé: “Quando una struttura diventa così grande, nessuno può controllare tutto direttamente. Con don Luigi abbiamo sempre parlato apertamente, mi ha sempre dato udienza, ma ormai decidevano altri. Me ne sono andato a testa alta, quattro settimane dopo aver pubblicato uno studio su Nature. Mi è dispiaciuto e tuttora mi dispiace: posso non condividere alcune sue scelte, ma di don Verzé continuo ad avere una buona opinione. Per una ragione molto semplice: guardate quello che è riuscito a costruire”.
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Il terreno delle sfide estreme della scienza può esporre al rischio delle cattive compagnie, come abbiamo visto, almeno dal punto di vista della chiesa. E’ vero che la qualifica di “cattolica” Verzé alla sua creatura l’ha voluta risparmiare, perché si sente di poter essere il garante unico della sua correttezza (in un’intervista a Raisat, a chi gli chiedeva perché si circondasse di campioni della cultura laica, rispondeva: “Ma c’è sempre don Luigi che media e interviene”). E anche perché così lo spazio di manovra “dottrinale” rimane decisamente più ampio: il diretto “concorrente” in casa cattolica, il Policlinico Gemelli, si è dotato fin dal 1985 di un Centro di Bioetica (primo direttore fu monsignor Elio Sgreccia), incaricato di monitorare le questioni etiche sollevate dallo sviluppo della ricerca. Verzé ha invece scelto di affidare il confronto tra scienza e fede all’ambito meno ingessato della sua università. Ma, come dice Vescovi, non tutto si può controllare direttamente – sempre ammesso che lo si voglia – quando le imprese diventano gigantesche.
E il San Raffaele lo è. C’è, nella parabola iniziale delle cattive compagnie, l’irrisolta contraddizione del San Raffaele. Che nasce per volontà di un sacerdote ma offre servizi avanzati di fecondazione in vitro, di fatto non curandosi del rifiuto della chiesa, di recente ribadito, per tutte le tecniche che collocano il concepimento fuori dal corpo materno. La curia milanese sa, il Vaticano sa. E così, contando sul fatto che chi tace acconsente, don Verzé va avanti, con il suo efficiente centro che raccoglie attestati di grande professionalità sui siti delle associazioni come Cercounbimbo e affini. E’ il Centro di Fisiopatologia della riproduzione, nato ufficialmente nel luglio del 1994, che (si legge nel sito del San Raffaele) “ha attualmente raggiunto una fase di ampio sviluppo consentendo il trattamento di tutte le cause di sterilità. Accanto infatti alle tradizionali metodiche diagnostiche mediche e chirurgiche, è possibile accedere presso il centro a tutte le terapie attualmente a disposizione, comprese alcune tecniche di fecondazione assistita all’avanguardia, come la microiniezione”. Niente di contrario alla legge 40, naturalmente (c’è chi sostiene che il testo della legge fosse ispirato ai protocolli in uso al San Raffaele). Ma la zona franca rispetto ai dettami di santa madre chiesa appare lampante.
Il fatto è che, per don Verzé, il primo comandamento è: “Dobbiamo lasciare un’apertura”. Soffre del complesso della Doxa, dice chi lo conosce bene, e ritiene che il consenso per l’efficienza della sua istituzione meriti i prezzi pagati in termini di diffidenza e di rapporti conflittuali con le istituzioni ecclesiastiche. Ma lui lascia vie d’uscita, apre spiragli, non esclude possibilità. Prova a far convivere nella stessa istituzione Boncinelli e Vescovi, e pazienza se la sintesi la fanno altri. “Cammina a trenta metri d’altezza con un bilanciere, come un funambolo. Solo, perché ha scelto di esserlo”, dice il solito che lo conosce bene. Per un certo periodo gli ha fatto gioco la battaglia pro staminali embrionali di Giulio Cossu, amplificata dal drappello dei filosofi laici e laicisti della Facoltà di Filosofia costruita da Massimo Cacciari. Ma nessuno, al San Raffaele, in nessun laboratorio, le staminali embrionali umane le ha mai usate. L’idea di don Verzé è quella di un’istituzione che traccia il solco della ricerca scientifica, che si spinge anche a fare quello che la chiesa cattolica non potrebbe mai fare o direttamente approvare, per poi, ottenuto un grandioso risultato, “offrirlo alla chiesa stessa”.
Perché alla fin fine è la chiesa, secondo la “dottrina San Raffaele” che prima o poi sarà chiamata a cambiare idea. Così Giovanni Reale, un altro dei nomi importanti della filosofia cattolica alla corte di don Luigi, in un’intervista all’Espresso ebbe a dire: “La chiesa dovrebbe battersi fino in fondo per tutto quello che è dogma di fede, cioè per la parola di Cristo. Ma i Vangeli non dicono come nasce la vita né come deve nascere. Dicono come deve essere vissuta. La chiesa non dovrebbe trasformare in dogma quello che dogma non è”. E’ evidente che i rischi siano notevoli, come si è visto per gli inciampi sulla legge 40 e sul caso Welby. Ma in fin dei conti, se la chiesa gli è sempre andata un po’ stretta, è pur sempre casa sua. Del resto il vero punto è che di fronte a sé e al suo pensiero medico-teologico forte e sapienziale don Verzé non trova, se non in rari critici, un pensiero altrettanto saldo della chiesa.
Sarebbe inutile cercare i segni di un rapporto difficile in scomuniche che in forma esplicita non ci sono mai state. Freddezza, nervosismo, preoccupazione, da parte di una gerarchia che pure ha individuato da tempo nella bioetica il fronte incandescente della nuova sfida antropologica. Questo sì. Ma è quasi impossibile trovare qualcuno che si sia misurato davvero con il pensiero-prassi innovativo, e forse anche vincente, del San Raffaele. Un esempio illuminante. Ai tempi della contestata intervista di Verzé sul caso Welby, Paola Binetti, medico e già presidente del comitato Scienza&Vita, docente del Campus biomedico dell’Opus Dei di Roma, non trovò di meglio che commentare: “Non posso confrontarmi con la sua intervista senza tenere conto che quest’uomo ha desiderato per tutta la vita e creato un ospedale e un centro ricerca all’avanguardia in Europa, ed è stato tra i primi a istituire una cattedra di bioetica”. Il successo del modello San Raffaele garantisce per il resto, appare anche a chi non lo condivide in toto il punto più avanzato di un (inevitabile) dialogo tra fede e scienza. Ma è qui che il piano si inclina, la fede della guarigione pende verso il desiderio dell’immortalità che tanto affascina i laici. In fondo, la profezia della vita fino a centovent’anni grazie alla “medicina preventiva, con il controllo a distanza, con l’esame del Dna, con l’utilizzazione delle cellule staminali”, Silvio Berlusconi l’aveva scritta proprio su Kos, la rivista del San Raffaele del suo amico don Verzé. (2. continua)
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