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| 24 Gennaio 2009 |
Da Il Foglio |
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| La ricca famiglia di don Verzé 3. |
| di M.Crippa, N.Tiliacos |
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 Vita immortalità e miracoli del guaritore Verzé
Così il San Raffaele rivela l’uomo a se stesso con il logos di Cacciari Il sogno mistico, filosofico e un po’ settario di una nuova Atene in Brianza
Cresciuto alla scuola di due santi (don Calabria e il beato cardinale Schuster) come lui stesso non si stanca di ripetere, don Luigi Verzé non può aspirare a niente di meno che alla santità, tendenza taumaturgica. E per scolpire a tutto tondo il suo ideale di santo guaritore, alla sua creatura, la cittadella scientifica dell’Università Vita-Salute, non può mancare il completamento filosofico-umanistico. Impegnato nella modesta impresa di rivelare l’uomo a se stesso, Verzé indica così per “l’uomo, questo composito di corpo, intelletto, spirito”, il traguardo non solo della salute ma del “ben-essere” (parola di evidente aura cacciariana, come si capisce dall’uso del trattino). E “ben-essere” sia, inteso come realizzazione della “comune esigenza di un fisico sempre più perfetto, agile, elegante e vigoroso, insieme alla brama del conoscere, della beltà, della scienza e dell’ascesi, atti a replicare l’armonia che, all’origine, lasciò ammirato lo stesso Dio creatore”. E’ agli “assetati di ‘stile deiforme’” che il sacerdote pensa, quando, avviata su ormai sicuri e opulenti binari l’impresa ospedaliera e la fondazione scientifica, si imbatte nella sua personalissima folgorazione sulla via delle Stelline. E’ infatti lì, nel palazzo milanese sede di congressi, che nel maggio del 2000, in occasione della presentazione di un libro di don Verzé, “Che cos’è l’uomo?”, il sacerdote conosce il filosofo Massimo Cacciari. Racconterà poi di essere rimasto “impressionato dalla sua intelligenza e dalla sua raffinatezza di pensiero”. Abbastanza da chiedergli a bruciapelo: “Con la facoltà di Medicina mi sono preso cura della salute del corpo. Con Psicologia dello studio della mente. Ora è la volta dell’anima: si vuole occupare lei del Logos fatto carne? Filosofia e teologia?”. Cacciari accetta, e il sodalizio tra i due diventarà talmente forte che nel 2007, in un’intervista al magazine del Corriere, don Verzé dirà: “Ormai Cacciari è la mia voce”.
La facoltà di filosofia del San Raffaele nasce nel 2001, nella villa seicentesca dei Borromeo a Cesano Maderno, in Brianza. Ed è tagliata su misura di Cacciari, intellettuale con fama di enfant terrible accademico, molto mediatico e dotato di grande visibilità, anche per via della politica, che però – caso piuttosto raro dalle nostre parti – pur esercitata a tempo pieno e ai massimi livelli, non ha mai oscurato o sostituito il suo credito di studioso. E’ il personaggio ideale, per don Verzé e per la sua impostazione. In più, cosa che non guasta, Cacciari porta in dote duecentomila euro della Fondazione Prada, che finanziano la sua cattedra. Dominus assoluto in missione accademica per conto di don Verzé, avrà un solo dovere da osservare, almeno formalmente: costruire la facoltà all’insegna del rapporto tra filosofia e scienza. Il convegno inaugurale, “Scienza e filosofia: il pensiero concreto”, illustra l’idea di fondo: la filosofia è la più concreta delle discipline, basta con l’idea di Talete che guarda in aria e casca nel pozzo. Al San Raffaele si lavorerà su “produzione tecnica, ricerca scientifica, agire morale e interrogazione sui fondamenti del pensiero”.
Rimescolare le carte, ricreare una scuola di Atene in Brianza, con opportunità peripatetiche nel vasto parco di Palazzo Borromeo, proporre in forma ultramoderna l’antica comunanza “tra sapere scientifico-tecnico e sapere umanistico-filosofico”. Oggi, in realtà, a otto anni di distanza, l’impresa appare molto ridimensionata, per non dire in affanno. A non aver funzionato come doveva, stavolta, forse è stata proprio la campagna acquisti.
La facoltà di Filosofia del San Raffaele, nata nel 2001 per volontà di don Verzé come proseguimento con altri mezzi della missione di “guarigione perpetua” avviata nella sua Università Vita-Salute, punta fin dall’inizio su bei nomi come quelli di Giovanni Reale ed Emanuele Severino, oltre a quello di Massimo Cacciari. Dire Severino è come dire il contrario dell’impostazione teoretica dell’Università Cattolica. Il filosofo bresciano, allievo prediletto di Gustavo Bontadini, padre della neoscolastica nell’ateneo fondato da Agostino Gemelli, nel 1970 era stato allontanato per “incompatibilità con il pensiero cristiano” dalla cattedra di Teologia morale dell’Università Cattolica. Don Verzé e Cacciari lo “strappano” a Ca’ Foscari, mentre il filosofo e studioso di Platone Giovanni Reale lascia per il San Raffaele la Cattolica, dove era stato per anni uno dei punti di riferimento accademici. Nel drappello inaugurale di docenti della facoltà non mancano i nomi di campioni dello scientismo duro e puro, come Enrico Bellone, Luca Cavalli-Sforza (al San Raffaele insegna anche suo figlio Francesco) e Piergiorgio Odifreddi, la cui frenetica vita di star mediatica si rivelerà ben presto incompatibile con quella della facoltà. Ci sono poi il priore della Comunità di Bose, Enzo Bianchi (molto stimato da Cacciari, pare un po’ meno da don Verzé: è uno dei rari punti di divergenza tra i due), Roberta De Monticelli, Bruno Forte (futuro vescovo di Chieti, sarà lui a portare al San Raffaele il teologo Vito Mancuso), Salvatore Natoli. E ci sono anche tre vecchi collaboratori di don Luigi, come il genetista Edoardo Boncinelli, il filosofo morale Roberto Mordacci, il linguista Andrea Moro.
L’impatto, all’inizio, è notevole, e funziona con quel meccanismo di “andata-ritorno” che sembra riuscire perfettamente a tutto ciò che nasce dalla mente di don Verzé. Il San Raffaele è l’istituzione universitaria più glamour del momento, i suoi esponenti sono ricercati, coccolati, intervistati, ovunque promossi a esegeti di ogni umana attività. Merito dell’accoppiata filosofia-scienza, che risponde all’interesse crescente per i temi bioetici e per i loro riflessi nella politica e nella vita quotidiana. Nella settimana precedente al referendum sulla legge 40, ogni giorno c’è una faccia del San Raffaele a dire la sua sul Corriere della Sera: Reale, Severino, Cacciari, Mancuso, De Monticelli.
La squadra della filosofia modello San Raffaele è monocorde quanto basta, ben tarata su un paradigma a senso unico di benevolenza verso le ragioni della scienza, sempre possibilista nell’esplorazione delle nuove frontiere, per definizione sciolta da qualsiasi forma di ossequio alla dottrina cattolica. Il paradigma rischia però di saltare con l’arrivo dello storico Ernesto Galli della Loggia, chiamato come preside per sostituire Cacciari, che nel frattempo è diventato per la seconda volta sindaco di Venezia (“Io non ci pensavo proprio. Ero felice a Milano, don Verzé, uomo di grande spregiudicatezza intellettuale, mi aveva offerto un’opportunità straordinaria: creare una facoltà di Filosofia in assoluta libertà”). E infatti Cacciari, in realtà, rimane il referente vero di don Verzé, e nulla continua ad avvenire nella facoltà di Filosofia di Cesano Maderno che lui non voglia. Galli della Loggia si è dimesso lo scorso anno da preside, funzione ora ricoperta pro tempore, in attesa che Cacciari si liberi dei suoi impegni da sindaco, dal filosofo della scienza Michele Di Francesco, mentre Galli della Loggia rimane al San Raffaele come ordinario di Storia contemporanea.
La caratteristica fondamentale dei cattolici che insegnano alla facoltà di Filosofia è quella di essere abbastanza rarefatti e appartati – come Giovanni Reale o Salvatore Natoli – oppure abbastanza stravaganti ed eccentrici da incastonarsi senza dissonanze nell’immagine all’avanguardia del San Raffaele. In questa seconda categoria rientrano sia Vito Mancuso sia Roberta De Monticelli, profeti di un cristianesimo antidogmatico e antichiesastico, in grado di conquistarsi il credito laico-progessista, ammantato di quell’aura di battagliera indipendenza dalla gerarchia che tanto piace a don Verzé, perché in fondo è la sua cifra esistenziale.
Ma l’impostazione piuttosto monolitica, pur nel dogma dell’apertura e della laicità, dell’orientamento dei suoi docenti non ha giovato, nel tempo, alla facoltà di Filosofia del San Raffaele. Sebbene sia nata come luogo di élite, pronta a ospitare un piccolo numero di allievi – un’ottantina di nuove immatricolazioni annuali al massimo – dopo l’exploit dei primi due anni, la facoltà è andata decisamente declinando in termini di iscrizioni. Oggi gli studenti sono in tutto duecentocinquanta, ma le nuove immatricolazioni per l’anno in corso non superano le trentacinque unità. Nel frattempo, è arrivato da Bologna Angelo Panebianco, a insegnare Teoria dello Stato come professore a contratto.
Oggi, tra le persone che danno il tono culturale al San Raffaele, c’è anche il gruppo che fa capo all’omonima Editrice, coordinata dal giornalista Armando Torno e diretta da Maria Cristina Poma, editor Bompiani. I titoli pubblicati vanno dal “Dialogo su etica e scienza” tra Edoardo Boncinelli ed Emanuele Severino a “Il gioco delle idee”, libro-intervista all’allenatore Marcello Lippi, a “Il sentimento della realtà”, un altro libro-intervista al regista Ermanno Olmi. E c’è soprattutto Kos, il bimestrale che ha aperto l’ultimo numero intitolato “La Vita” con un articolo ormai famoso del cardinale Carlo Maria Martini. Sebbene il massimo assoluto di ostilità tra don Verzé e la curia milanese risalga all’epoca di Montini arcivescovo, non si può dire che, Martini regnante, le cose fossero andate molto meglio. I due, il gesuita che piace alla sinistra e il mondano sacerdote amato da Craxi e da Berlusconi, in apparenza non potrebbero essere antropologicamente più lontani. Eppure, nel 2006, anche Martini ha ricevuto la sua laurea honoris causa dal San Raffaele, in occasione del decennale della fondazione dell’università e della creazione della facoltà di Psicologia. Ad avvicinarli, mentre il cardinale si avviava al pensionamento, sono stati probabilmente la passione scritturale e ancor più l’afflato modernista: entrambi, in fondo, sono convinti che la chiesa debba rinnovarsi, debba aprire le orecchie e il cuore a certe istanze del moderno e del postmoderno.
Nell’idea di aprire una facoltà dove divulgare la filosofia – idea covata da lungo tempo da don Verzé, “una mia antica aspirazione”, confessò in un’intervista – c’è in effetti molto di quell’afflato modernista e riformatore che oggi fa da collante alle diramazioni culturali del San Raffaele e al suo “martinismo”. Ma paradossalmente, su questa strada Verzé non ha mai incontrato quel cattolicesimo progressista, politicamente orientato a sinistra, che discendendo da Lazzati e Dossetti ha dominato culturalmente per decenni la chiesa italiana. E la sua accademia. Non si sono mai amati, lui e l’Università Cattolica, sebbene Verzé vi abbia studiato e si sia addirittura laureato con Giuseppe Lazzati, con una tesi dal titolo suggestivo: “La figura sociale di Cristo in San Giovanni Crisostomo”.
A far la differenza, come venne fuori ai tempi in cui si rifiutò di fondare il Policlinico Gemelli per non avere sul frontone d’ingresso la scritta “cattolico”, è proprio l’idea di laicità, di steccati da abbattere, che il patron del San Raffaele ha sempre perseguito. Ma un gradino più sotto c’è il fatto che la sua visione culturale, teologica, operativa e financo politica è quantomai lontana dal cattolicesimo “maritainiano”, tutto regole e mediazione ma anche profondamente clericale, statalista, istituzionale che ha dominato a lungo la vita cattolica italiana. Così, fondare a Milano una facoltà di Filosofia è stato anche un gesto di sfida ben ponderato. Dalle parti di Largo Gemelli non l’hanno presa bene, anche se non ci sono state contromosse ufficiali. E tutt’ora non c’è grande feeling accademico tra le due istituzioni. Ma il feeling non c’è mai stato nemmeno quando dalle cattedre filosofiche si è scesi alla bassa cucina della politica. Di quella sanitaria, in particolare. Tra i due mondi c’è inimicizia, fin dai primi anni Settanta, periodo in cui don Verzé si trovò a dover fronteggiare per la prima volta il cattolicesimo di sinistra, nella persona dell’assessore alla Sanità della Regione Lombardia, il democristiano Vittorio Rivolta – corrente Marcora – che provò a mettergli i bastoni fra le ruote in ogni modo.
A un certo punto, a metà degli anni Novanta, quando ormai il San Raffaele era un’istituzione potente della sanità, con rapporti più che buoni con i socialisti e con i democristiani andreottian-gavianei, la lunga inimicizia divenne guerra aperta. O forse, per una volta don Verzé si ritrovò in posizione di debolezza, in mezzo a una guerra più grande di lui. E’ la storia del tentato sbarco, respinto con perdite, del San Raffaele a Roma. Fatto sta che quella che da allora in poi Verzé chiamò, con malcelata dose di disprezzo, “la sinistra cattolica dossettiana e lapiriana, giustizialista e autoritaria” quella volta ebbe la sua vendetta politico-culturale. Vendetta politica, perché fino ad allora don Verzé era sempre riuscito a realizzare i propri piani, in barba ai niet delle curie e ai sospetti dei politici. Vendetta culturale, perché Rosy Bindi e il mondo dei cattolici di sinistra poterono rivendere la loro impresa come la fermata dei barbari alle porte di Roma, la sconfitta del deprecabile “sistema privato” che si stava per abbattere sulla pubblica sanità del Lazio.
E’ una vicenda che vale la pena di riassumere. Tutto parte con un colpo immobiliare, di quelli che solo il fiuto di don Verzé riesce a cogliere. C’è un albergo abbandonato nella zona di Mostacciano, tra il Grande raccordo anulare e la Pontina, e lo acquista a un’asta fallimentare nel 1983. Il progetto don Verzé ce l’ha già tutto in mente, come sempre. Nel giro di una decina d’anni l’ospedale gemello del San Raffaele milanese è pronto a debuttare, a scuotere a colpi d’efficienza e d’eccellenza il sonnacchioso panorama della sanità privata capitolina, e a dare il colpo di grazia al disastratissimo sistema pubblico, con l’Umberto I in stato preagonico. La “tecnica” di Verzé è sempre la stessa: costruire, gestire, ottenere il riconoscimento dalla regione per poter operare come ospedale convenzionato, e soprattutto stipulare un accordo per diventare polo universitario. Nel 1997 tutto è pronto, il rettore della Sapienza, Giorgio Tecce, è d’accordo, il ministro dell’Istruzione Luigi Berlinguer mette la firma al decreto che accredita il San Raffaele come seconda facoltà di Medicina a Roma. Don Verzé ha investito quattrocento miliardi, ha già comprato anche gli arredi, di standard elevato come piace a lui, sono già state assunte centocinquanta persone. Ma tutto si blocca. Le convenzioni con la sanità regionale non arrivano. Il presidente del Lazio, eletto nel Ppi, è il televisivo Piero Badaloni, non firma. Don Verzé fiuta l’aria. Odore di cattocomunisti. Che arriva fino in Vaticano. Tramite la sinistra ex democristiana e, soprattutto, il Gemelli.
Anche gli amici iniziano a voltargli le spalle: “Nel luglio 1998 mi chiama Cesare Geronzi, e mi avverte che Rosy Bindi vuole cacciarmi da Roma. Ma non si ferma qui, è mio amico e aggiunge: non è solo la Bindi a volerla distruggere, anche al di là del Tevere premono”. Banca di Roma era il principale alleato di Verzé per lo sbarco a Roma. Arriva l’incontro con il ministro della Sanità Rosy Bindi: il succo è che Verzé deve andarsene, vendere il suo neonato gioiello al ministero. La situazione bloccata è un salasso economico per il San Raffaele. Poco dopo si fa viva la Cariplo: siete troppo esposti, o vendete l’ospedale di Roma, o saremo costretti a tagliare i fidi bancari. Che sono tanti. Nei ricordi di Verzé compare pure la figura di Giovanni Bazoli, “stimatissimo uomo”. Il consiglio è sempre lo stesso: vendere. “Mi lascia con un sorriso amaro, quasi a rimarcare suo malgrado il prevalere della ‘ragion di stato’”.
Don Verzé si rassegna. Ma le sorprese per lui non sono finite. La perizia di vendita da parte dello stato è di 201 miliardi di lire. Lui ne ha spesi 350. Presenta perizie internazionali a conferma. Ma l’offerta della Bindi non cambia. Prendere o lasciare. Quando, a compromesso di vendita concluso, si fa avanti Antonio Angelucci per mettere sul piatto settanta miliardi in più, trova il modo di creare problemi.
Alla fine, pagata una penale allo stato, il San Raffaele vende al gruppo Angelucci, che in capo a sei mesi rivendettero la struttura per 320 miliardi allo stesso ministero della Sanità che lo aveva valutato 201. Bindi e Badaloni poterono annunciare: “Finalmente si apre al pubblico una struttura sanitaria che era bloccata da tempo”.
La batosta finanziaria dello sbarco a Roma non è stata l’unica ma certamente la più seria nella positiva carriera di don Verzé. Questo non gli ha impedito di mettere in cantiere un altro grande progetto, di cui ha posto la prima pietra due anni fa: il centro Quo Vadis sulle colline di Lavagno, nel veronese, a due passi dal suo paese natale: “Da qui parte la nuova Medicina-Sentinella per il lancio della integrazione dell’Uomo nelle sue tre componenti”.
Il Quo Vadis “sarà la città del ben-essere per l’uomo… la genomica e la proteomica ci pongono ormai nella condizione di prevedere fin dal nostro embrione che cosa andrà succedendo nelle fasi del nostro evolvere infantile, giovanile, maturo. Siamo in grado ormai di accompagnare tutte le fasi di crescita con attenzione preventiva-scientifico-sanitaria, prolungando la vita, sana ed esuberante, fino ad una età sempre più longeva. Più sano è il corpo, migliore contributo conferisce all’uomo come da Dio modellato”. Quel Dio che don Verzé può pregare anche così: “Padre, sia fatta la mia volontà, in modo che coincida con la Tua”. Amen. (3. Fine. Le precedenti puntate sono uscite il 21 e il 22 gennaio)
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