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30 Marzo 2009
Come medici e magistrati hanno imposto l’eutanasia all’Olanda, scavalcando la politica, la legge e ogni forma di responsabilità
di Francesco Cavallari

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Molti italiani riterranno erroneamente che l’eutanasia in Olanda sia stata introdotta solo nel 2002, quando è passata una legge in proposito all’Aia.

Eppure nell’86, cioè 20 anni fa, il New York Times (non certo un giornale pro-life) scriveva sullo stato di cose in Olanda: “silenziosamente, quasi senza un dibattito pubblico, quella nazione è diventata il leader nell’eutanasia volontaria. Ogni anno, nonostante una condanna esplicita della pratica nel codice penale olandese, il dottori aiutano a morire più di 5000 pazienti che soffrono. La realtà è che la professione medica, sostenuta dalla simpatia generale e da sentenze giudiziarie, ha scavalcato la politica nel realizzare l’eutanasia.”

Come sottolineato dal giornale americano, non è che ci fosse il vuoto legislativo al riguardo. L’articolo 293 del codice penale olandese prescriveva fino a 12 anni di carcere per chi causa la morte di un’altra persona “su richiesta seria e esplicita". Più chiaro di così.

Ma vediamo come si è arrivati a questo abuso di potere da parte di medici e magistrati. La prima forma di protezione ufficiale per chi uccide i propri pazienti è stata introdotta nei primi anni 80. In seguito a alcuni clamorosi processi per casi di eutanasia in Olanda, che avevano portato a sentenze relativamente permissive, il Collegio dei Procuratori Generali ha delineato delle linee guida per disciplinare l'operato del pubblico ministero: benché l’eutanasia rimanesse tecnicamente un reato, il procuratore non avrebbe avuto l'obbligo, né la possibilità di agire contro i medici che uccidessero i propri pazienti all’interno di un insieme di condizioni, estrapolate da varie sentenze giudiziarie (che però non erano ancora passate per la Corte Suprema).

Questa strana forma olandese di legalizzazione senza legalizzazione non è stato un caso unico; la tolleranza ufficiale per le droghe leggere è stata stabilita nello stesso modo. I membri del Collegio dei Procuratori non sono eletti, e in teoria il ministero della giustizia potrebbe agire ignorando i loro regolamenti, ma questo succede raramente.

Il vero punto di svolta, tuttavia, è stato nel 1984, quando un caso di eutanasia, il caso Schoonheim, è arrivato alla Corte Suprema olandese. Quest’ultima ha rimbalzato il caso a una corte inferiore, dando però una precisa indicazione di tenere in gran conto l’”opinione medica.” L’interprete di questa “opinione medica” era l’associazione nazionale della professione, ovvero la Reale Società Medica Olandese (Koninklijke Nederlandsche Maatschappij tot bevordering der Geneeskunst, in breve KNMG).

La KNMG ha espresso il parere che il dovere professionale contempla che si evitino gravi sofferenze al paziente. Schoonheim è stato assolto, sulla base dei principi di forza maggiore e “noodsituatie”, una parola traducibile come stato di emergenza o di necessità (nel senso che il dovere morale di porre fine alle sofferenze del paziente costituisce forza maggiore e stato di emergenza per cui la legge contro l’eutanasia viene sopraffatta). Il principio di “noodsituatie” era stato tradizionalmente applicato a proposito delle situazioni di vita o di morte, per lasciare che si infrangesse la legge nei casi in cui fosse immediatamente necessario salvare una vita, e adesso veniva usato allo scopo diametralmente opposto.

Con la sentenza Schoonheim, il potere giudiziario ha inaugurato una politica che tiene in gran conto la posizione della KNMG; questa ha sviluppato ulteriormente il suo punto di vista pubblicando un documento enumerante i requisiti della buona pratica medica nell’ambito dell’eutanasia. Eccoli qui: il paziente deve aver richiesto l’eutanasia sua sponte; deve aver riflettuto a sufficienza; il suo desiderio dev’essere persistente; la sofferenza dev’essere intollerabile; il medico responsabile deve aver consultato un collega indipendente e averne ottenuto un parere favorevole all’eutanasia. In seguito, questi larghi “criteri della buona pratica” professionale, sono diventati il riferimento principale sia per le sentenze delle corti, sia per le linee guida imposte all’operato dei procuratori.
Nel 1991, un’altra sentenza ha rimosso il criterio della “sofferenza intollerabile”. Una cinquantenne, perfettamente sana ma depressa, si è suicidata con l’aiuto di un medico, il dottor Chabot, il quale è finito davanti a una corte e infine, davanti alla Corte Suprema. La Corte ha confermato che l’eutanasia richiede che ci sia sofferenza, ma ha aggiunto che una sofferenza puramente psicologica è sufficiente. L’imputato ha ricevuto una reprimenda simbolica (e nessuna punizione), e questo solo perché non si era munito del parere favorevole di un altro medico, come previsto nei criteri della “buona pratica”.

Mentre accadeva tutto questo, che faceva la politica?

Negli anni ’80, un’azione legislativa in un senso o nell’altro era impossibile a causa del disaccordo tra le due componenti della coalizione di governo, i liberali e i democristiani, rispettivamente favorevoli e contrari all’eutanasia.

I sondaggi di allora davano il sostegno all’eutanasia in Olanda al 60%. Ma quei numeri avevano poco significato, dal momento che come abbiamo visto durante la vicenda di Eluana, basta accendere un dibattito in cui tutti i fatti e gli argomenti hanno la possibilità di venire alla luce, per cambiare radicalmente una situazione del genere.

In un’intervista degli anni ‘80, il portavoce democristiano Jan Schinkalshoak spiegava, “è più facile far nascere un dibattito su una questione come i missili da crociera che non sull’eutanasia, perché i politici olandesi non vogliono trovarsi a che fare con una faccenda che abbia ottenuto il sostegno popolare. Molti di loro sperano che la Corte Suprema risolva la questione attraverso vari processi in corso.”

Solo nel 2002, dopo che in 20 anni di pratica l’eutanasia si era radicata nella medicina olandese, un governo di sinistra l’ha legalizzata. I contenuti della legge erano praticamente i “criteri della buona pratica” della KNMG. Un medico olandese, tale dottor Bert Keizer, commenta: “Stavamo percorrendo una strada che è stata finalmente dichiarata agibile dal legislatore. Che sia diventata agibile non è merito della legge, è merito dei medici.”

La mancanza totale di garanzie per il paziente rende possibili abusi inenarrabili, un problema su cui torneremo con altri articoli; per ora basti dire che già nel 1991 uno studio governativo, il rapporto Remmelink, rivelava che in quell’anno circa mille pazienti (di cui il 36% capaci di esprimere un consenso) venivano uccisi senza il loro permesso. Ma tanto i giudici, i procuratori e i medici che introducendo l’eutanasia si sono resi responsabili di questo disastro, non hanno da risponderne agli elettori.

In seguito l’eutanasia ha continuato ad avanzare, con il medesimo schema. Nel 1988 la KNMG aveva pubblicato un documento che approvava l’eutanasia per i neonati; nel ’95 i processi a due medici che avevano ucciso bambini terminali si erano risolti a favore dei medici. Insomma, nel 2005 si è deciso a livello nazionale di non perseguire, entro larghe condizioni, l’uccisione di neonati portatori di handicap anche non mortali, come la spina bifida. Tutto questo in barba alla legge attuale, che vieta l’eutanasia al di sotto dei 12 anni.

Il modo in cui l’eutanasia si è insinuata in Olanda aiuta a capire le implicazioni della vicenda Eluana. Anche da noi una forma di eutanasia è stata imposta dai giudici, attraverso una distorsione della legge. E vista la successione degli eventi all’Aia, si capisce che Maurizio Mori paragoni l’uccisione di Eluana a una novella breccia di Porta Pia, un punto di partenza da cui sarebbero dovuti passare gli eserciti della nuova etica anti-ippocratica.

Per fortuna la breccia è stata solo apparente; per fortuna il governo ha reagito, troncando sul nascere le ambizioni dei giudici di arrogarsi il potere legislativo; per fortuna Sacconi ci ha promesso che non ci saranno altri casi Eluana: altrimenti si rischia di partire con lo staccare il sondino a una donna in stato vegetativo, e arrivare con l’uccidere i bambini portatori di handicap.




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