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5 Aprile 2012 Da Avvenire (inserto È vita)
«Poche cellule» che scandalizzano.
di Assuntina Morresi

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La foto, bella, è quella di un embrione umano di sei giorni, impiantato in utero. Il commento: «Un embrione umano non è una persona ma un gruppo di cellule indistinte. Commettete un omicidio peggiore grattandovi il naso». E la pagina Facebook sulla sterilità de «L’altra cicogna onlus», un'associazione di pazienti infertili molto attiva durante la campagna referendaria contro la legge 40.

Ironia della sorte, la foto è accanto a una nota sull'incidente del San Filippo Neri, titolata «Embrioni morti: la Regione Lazio si interroghi», e nella quale, sulle coppie coinvolte, si legge: «Nessuno può sottovalutare questo dolore e questa sofferenza sincera e umana».

L’ideologia acceca, si sa: chi cura la pagina non si è accorto dell'accostamento surreale fra la frase sprezzante e livorosa sull'embrione – equiparato a inutili cellule della pelle, quelle che vengono via inconsapevolmente nel gesto più banale che si può compiere - e il titolo del post in cui gli embrioni del San Filippo Neri vengono definiti «morti» (neanche distrutti, persi: proprio morti, come per le persone).

Quelli de «L’altra cicogna» dovranno mettersi d'accordo con se stessi: perché qualcosa come «grattarsi il naso» dovrebbe dare tanto dolore a coppie che cercano un figlio? E perché mai la Regione Lazio dovrebbe interrogarsi per la perdita di un «gruppo di cellule indistinte»? Forse lo staff di avvocati che in questi anni si ,è affannato - inutilmente - contro la legge 40 sosterrà che a essere distrutti sono stati «gruppi di cellule indistinte»? Difficilmente le famiglie coinvolte nel disastro gradiranno. Adesso definire un embrione come «poche cellule indifferenziate» suona riduttivo e offensivo per chi ha subito l'incidente, eppure l'hanno detto in tanti, a cominciare dagli illustri cento scienziati che firmarono un manifesto per invitare a votare contro la legge 40 al referendum del 2005.

E le coppie si sentiranno rassicurate da chi, come l'Associazione radicale Luca Coscioni, dice di tutelarle, e anche in queste ore continua a gridare che quanto successo non ha niente a che fare con l'aborto, visto che non c'era l'impianto e neppure certezza che «la fecondazione vada a buon fine»? Ma per nessuna gravidanza c'è certezza di arrivare al parto e al «bimbo in braccio», specie all'inizio. Sono proprio i paladini della fecondazione in vitro senza regole a dire che la perdita enorme di embrioni nella fecondazione assistita è uguale a quella che avviene naturalmente. E quindi, secondo loro, la probabilità che avevano le donne del San Filippo Neri di diventare madri, statisticamente, era la stessa di una gravidanza naturale.

Seguendo il loro ragionamento, non dovrebbe esistere neanche il reato di «aborto procurato», visto che di nessuna gravidanza si sa se arriverà a una nascita. Eppure la legge 194 sanziona con la reclusione un aborto senza il consenso della donna, e ovviamente non considera la probabilità della gravidanza interrotta di andare a termine. Le donne del San Filippo Neri non avevano un test di gravidanza positivo, ma c'erano embrioni già formati, vivi, voluti, forse qualcuno con data certa di trasferimento. Solo «cellule indistinte»? L’urto inaspettato e doloroso con una realtà avversa svela le contraddizioni, spazza via l'astrazione e l'ideologia e costringe a misurarsi con i fatti.

Considerare gli embrioni umani come materiale biologico da manipolare, selezionare, congelare e scongelare a seconda delle abilità di tecnici specializzati si scontra con il sentimento profondo di chi desidera un figlio, con l'esigenza che questo avvenga con tutta la dignità e il rispetto che chiede la procreazione di un essere umano, e il valore di una nuova vita. La disgrazia del San Filippo Neri sia almeno l'occasione per ripensare a tutto questo.



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